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In occasione del Black History Month abbiamo voluto calare le riflessioni su identità, razzismo e diritti civili nel contesto italiano, attraverso le testimonianze e le esperienze di persone afroitaliane. Ecco cosa ci hanno detto rispetto a diversi temi, quali rappresentazione, eurocentrismo e quella tendenza molto italiana a considerare il razzismo sistemico come un problema solamente di chi vive Oltreoceano.

Iniziamo con Adil Mauro, giornalista e podcaster che ha realizzato, fra gli altri, contenuti multimediali per RadioSonar e Internazionale. Lo trovate su Twitter come @unoscribacchino

 

 

Il Black History Month nasce come ricorrenza americana e nel nostro Paese c’è ancora poca consapevolezza a riguardo: qual è l’importanza di parlarne anche in Italia e di declinarlo sulla nostra storia?

Parlare del Black History Month può mostrarci un aspetto poco conosciuto degli Stati Uniti. Ma la vera sfida per quanto ci riguarda sta nel portare la lettura critica del nostro passato coloniale fuori dagli ambiti accademici e al centro del dibattito pubblico. Nel nostro Paese ancora oggi resiste il mito degli “italiani brava gente”. È giunto il momento di raccontare i crimini del colonialismo italiano senza nasconderci dietro omissioni sempre più inaccettabili.

 

Come c’è chi parla di un ‘Etero Pride’, si sentono spesso posizioni riconducibili all’idea #AllLivesMatter in opposizione a #BLM. Perché ci serve un Black History Month? Perché distinguerci se siamo tutt* uguali?

Non siamo tutt* uguali. Diseguaglianze e discriminazioni esistono, sono reali e vanno a braccetto. Il fantomatico “razzismo al contrario” non esiste e le vite dei neri non contano più delle altre. Se contassero come quelle delle persone bianche non ci sarebbe bisogno di un Black History Month. Più che distinguerci dobbiamo ricordare che ancora oggi non siamo tutt* uguali. Per farlo dobbiamo conoscere la nostra storia con le persone non bianche. Una storia di violenza, soprusi e rimozioni.

 

La storia che insegnano a scuola è spesso eurocentrica e aderisce a una narrazione stereotipata (white saviorism e white washing). Quanto ha influito questo nella tua esperienza e sulla sensibilità italiana in generale?

Nella mia esperienza ha influito poco, fortunatamente. Per quanto riguarda la sensibilità italiana in generale ha influito tantissimo. Una storia eurocentrica che ignora o relega ai margini le soggettività non bianche fa dei danni ingenti, instillando anche nelle cosiddette “seconde generazioni” l’idea di essere un corpo estraneo da tollerare al massimo.

 

Spesso in Italia si pensa che il razzismo sistemico sia un problema prettamente statunitense e che ‘qui le cose sono molto diverse’: cosa ne pensi? Quali sono le questioni che riguardano nello specifico la situazione italiana?

Qui le cose sono molto diverse, ma questo non vuol dire che siano migliori. I problemi sono altri, ma per certi versi ancora più drammatici. Il pensiero va subito alla necessità di una riforma della legge sulla cittadinanza. Il razzismo istituzionale inizia sui banchi di scuola dove alcuni bambini hanno la cittadinanza e altri devono attendere anni nonostante siano nati o cresciuti qui. Detto ciò, paragonare la situazione italiana a quella statunitense fa un torto a entrambe.

 

Il tema di quest’anno è la Black Family. Ti è capitato di trovart* davanti a degli stereotipi sull’idea di famiglia nera qui in Italia?

No, in quanto figlio di coppia mista non ho dovuto fare i conti con gli stereotipi sull’idea di famiglia nera.

 

Che ruolo hanno i media, sia di informazione che di intrattenimento, nel perpetuare questo immaginario?

Il ruolo dei media è cruciale, soprattutto quelli che si occupano di fare informazione. La famiglia nera viene spesso associata a fenomeni di marginalità sociale. La famiglia nera è spesso raccontata come un qualcosa di intrinsecamente disfunzionale. Nel caso dei media di intrattenimento d’altro canto, quando si vuole offrire un’immagine “positiva”, si finisce con l’esaltare l’aspetto comunitario della famiglia nera (la rappresentazione stereotipata sintetizzata ottimamente nel detto “per crescere un bambino ci vuole un villaggio”).

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